Schizofrenia e metropoli: che legame c’è?

Che legame c'è tra schizofrenia e metropoli?

Studi sulla distribuzione mondiale hanno da tempo confermato che la schizofrenia sembra essere più diffusa nelle aree urbanizzate rispetto a quelle rurali. Alcune ricerche effettuate negli anni Sessanta e Settanta hanno dimostrato che la spiegazione più ovvia sembra essere anche, almeno in parte, la più esatta: le persone con alle spalle una storia di schizofrenia tendono a trasferirsi in aree urbane per poter contare su assistenza e sostegno in prossimità del luogo di residenza.

Ciò determina la relativa concentrazione dei pazienti nelle città. È apparso altrettanto evidente, però, che il fenomeno di urbanizzazione appena descritto non è sufficientemente importante da spiegare completamente l’associazione tra malattia e grandi città. Sono in gioco numerosi altri fattori: studi condotti sempre a partire dagli anni Settanta hanno fatto ulteriormente chiarezza, dimostrando ripetutamente, anche dopo aver preso in considerazione il flusso migratorio a cui si è accennato, che le città continuano a essere associate a un notevole incremento del rischio di sviluppare la schizofrenia. Anzi, più gli studi appaiono metodologicamente corretti e basati su campioni significativi, più si evidenzia il rischio relativo alla popolazione urbana. In definitiva, la letteratura scientifica oggi dimostra un’associazione
La letteratura scientifica mostra un’associazione certa tra nascite, crescita vita in città e un aumentato rischio di evoluzione della schizofrenia. Se l’esposizione ad ambienti urbani, analogamente all‘anamnesi familiare positiva, non pare, da sola, condizione necessaria né sufficiente a determinare lo sviluppo della patologia, è però provato che faccia aumentare il rischio di ammalarsi nel corso dell’esistenza dall’uno a circa il due per cento, secondo le migliori stime disponibili.

Questo incremento del rischio non è sicuramente sufficiente a sconsigliare contesti residenziali urbani, neppure in presenza di casi in famiglia o di altri fattori di rischio. È indubbio, però, che un rischio con questa percentuale, identificato in maniera così regolare da gruppi di ricerca diversi, utilizzando metodi differenti e in luoghi e tempi diversi, renda improbabile l’attribuzione al semplice caso. Inoltre, in termini di causalità, non soltanto esiste una forte correlazione tra città e schizofrenia, ma è anche comprovato un effetto dose-risposta: maggiore è il grado di “urbanità” alla nascita, maggiore è il rischio di sviluppare la malattia. Esiste dunque un evidente, sebbene non identificato, fattore predisponente biologico o psicologico associato alla vita nella grandi città che modifica lo sviluppo o la funzione cerebrale. Quale sarà questo fattore?

Le origini sociali della schizofrenia

Sono state suggerite svariate motivazioni alla base del legame tra città e schizofrenia. È ormai consolidato che, se una futura mamma si ammala in gravidanza, per esempio contraendo una pesante influenza, ciò potrebbe incrementare nel bambino il rischio di contrarre qualche disturbo o patologia nell’età evolutiva. Un’altra teoria è che le città siano associate a una più elevata esposizione ai gatti, e dunque, al rischio di infezioni trasmesse da questi felini, come la toxoplasmosi (sebbene non esistano ancora dati certi sul legame tra gatti e schizofrenia). Altre possibili spiegazioni dell’aumentato rischio di insorgenza in città comprendono l’inquinamento ambientale e la sempre più frequente carenza di vitamina D (a causa di un calo nell’esposizione alla luce solare). Anche questi fattori, tuttavia, sono tuttora non dimostrati. Il grande interesse destato dall’enigma della schizofrenia negli anni Novanta ha consentito di escludere diverse altre spiegazioni.

Oggi, appare chiaro che l’incremento del rischio non dipende dalla fascia socioeconomica di appartenenza durante l’infanzia, dal sovraffollamento domestico, dal basso reddito o dalla disoccupazione dei genitori, dall’uso con più frequenza di droghe leggere o dal numero di fratelli e sorelle. Quali teorie restano da dimostrare? Alcune tra le ricerche più interessanti degli ultimi anni mettono in relazione l’incremento del rischio con l’appartenenza a “comunità disorganizzate” e associati effetti sociali, psicologici e biologici. Per esempio, è noto che tra i migranti aumenta l’incidenza di numerosi disturbi mentali, tra i quali la psicosi in esame. Perché? La psichiatra Jane Boydell e i suoi colleghi hanno dimostrato che più una minoranza etnica è numericamente ristretta, maggiore è l’incremento del rischio. In altre parole, le dimensioni di un gruppo etnico fungono da ammortizzatore rispetto al rischio di schizofrenia: più esteso è il gruppo, minore è il rischio. Questi fattori di natura sociale potrebbero giustificare il legame tra vita urbana e psicosi perché hanno un impatto maggiore nelle grandi città rispetto ad altri contesti residenziali? E se così fosse, come spiegare il rapporto tra causa ed effetto?

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