Riapri e stufe in agricoltura

L’uomo non si contentato di coltivare nel proprio paese, soltanto le piante che madre natura vi aveva destinate o tutt’al più quelle che vivono naturalmente  in altri paesi, i quali hanno eguali condizioni di suolo e di clima. Per contentare i propri gusti, per utilità e per lusso, ha voluto usufruire dei prodotti vegetali di piante provenienti da climi anche molto diversi della sua regione sia alle colture normali, sia alle colture anticipate e forzate. Quindi ne è venuta la conseguenza di dover mettere queste piante in condizioni speciali, procurando di ripararle degli effetti dannosi di un clima diverso. Sono sorti così necessariamente i ripari e le stufe. I ripari possono essere naturali o artificiali. I primi vengono naturalmente dall’esposizione dei terreni  cioè dall’orientamento di un terreno in relazione con il corso del sole, e la migliore esposizione si sa essere in generale quella di mezzogiorno, soggetta largamente all’azione benefica del sole e difesa dal vento del nord ed è ancora migliore se il terreno è leggermente in pendenza.

Si può anche migliorare un’esposizione simile costruendo dei muri, i quali difendono e riparano un certo tratto di terreno davanti ad essi e servono per le colture a spalliera, specialmente di piante da frutto. Come difesa dai venti i muri sono utili in tutti i paesi, ma per concentrare il calore solare l’azione dei muri è quasi nulla nei paesi dove il cielo è spesso coperto o nebbioso. Si fanno i muri dell’altezza da metri 2,50 a metri 3 con uno spessore di centimetri 35 a 40; a meno che non siano costruiti con sassi squadrati o con mattoni in modo da dare una superficie unita , i muri devono essere intonacati per impedire che molti animali nocivi vi trovino rifugio tra gli interstizi dei materiali; per questa ragione vengono anche imbiancati. Dovranno avere in cima un piccolo tettino, fosso o mobile, sporgente in fuori da 25 a 30 centimetri. Per alcuni innesti, per qualche sementa e per culture anticipate si adoperano le campane di vetro (figura 8), che hanno in generale il grave inconveniente di essere fragili e perciò esigono una forte spesa di mantenimento.

Quelle formate di vari pezzi (figura 9)costano di più, ma sono meno soggette a rompersi e rompendosi parzialmente si accomodano con poca spesa.

Parlando dell’orto si vedrà come le campane di vetro possono essere sostituite con altri  ripari più economici.

Le stufe sono tutti quei locali chiusi destinati alla conservazione, durante l’inverno, delle piante provenienti da paesi più caldi di quello in cui vengono coltivate, e alla conservazione e cultura, in molti casi anche durante l’estate, delle piante native di paesi ancora più caldi. In alcune la temperatura necessaria, sempre più alta di quella esterna, è conservata naturalmente, in altre invece, viene data artificialmente. Secondo i gradi da mantenere in questi locali si dividono in stufe calde, stufe temperate, tepidari  e stanzoni. Nelle stufe calde e in quelle temperate la media della temperatura è conservata da un riscaldamento artificiale, che è di due specie, cioè caldo secco e caldo umido. Il caldo secco è somministrato da un tubo di ferro o di terra speciale, di grandezza e lunghezza proporzionale alla capacità della stufa, collocato in essa in vario modo e per il quale passa una corrente di fumo e di aria calda sviluppatasi in un fornello a legna o a carbone.

Questo calore, avendo proprietà assorbenti, toglie l’umidità nell’atmosfera della stufa e quindi la rende secca. Il caldo viene dato da un apparecchio speciale chiamato termosifone. I sistemi, oggi conosciuti, di questo apparecchio sono moltissimi ma tutti si basano sullo stesso principio di far circolare dell’acqua calda entro tubi metallici collocati dentro il locale che si vuole riscaldare. E’ comune oggi nelle case ma non fornisce del caldo umido, non essendo assorbente, non toglie dall’aria della stufa l’umidità che è necessaria a molte piante. Per l’impianto dei vari sistemi di riscaldamento sarà bene rivolgersi a fabbricanti già pratici e costruttori di apparecchi che hanno già fatto buona prova. Il rame sarà sempre il metallo migliore sotto tutti i rapporti per quanto riguarda i tubi del termosifone. I tepidari e gli stanzoni non hanno riscaldamento artificiale; però nei climi più freddi è bene che nei tepidari si trovi un apparecchio, anche semplicissimo, da mettersi in opera solo in circostanza d’inverni rigidissimi. E ciò perché le piante, tenute nei tepidari sono più delicate di quelle degli stanzoni e non sopportano abbassamenti troppo forti di temperatura. Per le piante non basta soltanto il calore, hanno bisogno anche di luce. I diversi gradi di luminosità delle stufe dipendono dalla natura e dallo stato delle piante che vi si tengono.

La luce dovrà essere maggiore nelle stufe calde e temperate, perché sono locali di conservazione e di cultura; sarà minore nei tepidari ove si trovano piante meno delicate, minore ancora negli stanzoni che sono locali di pura conservazione. A seconda di questi bisogni le stufe calde e temperate sono chiuse e coperte, totalmente o quasi, da invetriate, i tepidari hanno metà della tettoia e delle pareti in muratura e metà a vetri, gli stanzoni sono tutti in muratura e solo nella parte anteriore hanno delle grandi vetrate. L’orientamento delle stufe ha una grande influenza sulla conservazione e cultura delle piante. Perciò le stufe calde dovranno essere orientate a levante, quelle temperate a levante o mezzogiorno, i tepidari e gli stanzoni sempre a mezzogiorno. In generale presso di noi le culture sono poco specializzate e così raramente si vedono delle stufe destinate alla cultura di una data famiglia o di un genere solo di piante. Le nostre stufe sono d’ordinario delle omnibus, in cui si trovano mescolate piante di temperamento molto diverso. Non deve perciò far meraviglia se il più delle volte non si hanno nelle culture dei buoni risultati.

Ne consegue che la temperatura da mantenersi è molto oscillante, cioè nelle stufe calde sarà da 12° a 16° C, in quelle temperate da 8° a 12°, nei tepidari da 4° a 8° e negli stanzoni da 0° a 4°C. Le stufe possono essere appoggiate ad un muro e si dicono allora ad una pendenza; si costruiscono isolate e sono a due pendenze. Tanto nell’uno che nell’altro caso la configurazione può essere rettilinea o curvilinea. Per le intelaiature che sostengono i vetri si può usare il ferro e il legno. Il primo ha il vantaggio di prestarsi più alle esigenze architettoniche ed estetiche, di essere di una durata più lunga e di lasciar maggiore superficie all’azione della luce; però ha il difetto di raffreddare più presto l’ambiente della stufa e, malgrado le frequenti tingiture, di ossidarsi e quindi le goccioline che cadono nell’interno, cariche di ossido, macchiano e guastano le piante. Il legno conserva più il calorico, evita l’inconveniente della ruggine e questi due requisiti lo fanno preferire al ferro, tanto più che vi sono legnami resistenti, come per esempio il pitch-pine, che permettono di fare i regoli su cui poggiano i vetri, assai più stretti e perciò anche con questi si può avere molta superficie per la luce. Il pitch-pine poi, convenientemente mantenuto, si conserva lunghissimo tempo.

I vetri devono essere di giusto spessore, ben chiari e privi affatto di bollicine d’aria, dette comunemente pulighe, le quali, sotto l’azione dei raggi solari, agiscono come una lente e bruciano le parti delle piante da essi colpite. Benché la generalità delle piante abbia bisogno di molta luce, purea quasi tutte è dannosa l’azione diretta e continua dei raggi solari; perciò le stufe devono potersi ombreggiare. Per questo scopo si adoperano le tende, i graticci e i cannicci. Le tende danno la migliore ombreggiatura, ma sono costose e costoso è il loro mantenimento.  I graticci, formati da piccole stecche di legno tenute insieme l’una all’altra con magliette, sono buoni per i climi ove il sole ha minor forza, perché gli spazi fra le stecche sono troppo grandi e non riparano bene dal sole le piante; quelle a stecche soprammesse costano troppo e sono spesso troppo pesanti. I cannicci, fatti con canne comuni, non hanno lunga durata, ma in compenso sono leggeri, corrispondenti allo scopo e costano poco anche perché il coltivatore può farseli da sé con poca spesa. Per i grandi tepidari e anche per certe stufe si smorza la luce col tingere di bianco i vetri. Occorre pure pensare a difendere l’interno delle stufe dal freddo tanto più nei climi settentrionali; si adoperano per queste stuoie comuni, dette da navicellai, o i pagliericci fatti con paglia resistente, come sarebbe quella di segale. Oltre i quattro tipi di stufe, vi sono latri ripari per le piante durante l’inverno; questi sono i cassoni tanto fissi che mobili. Quelli fissi sono generalmente in muratura; gli altri in legno o in ferro: ambedue sono coperti da vetrate con telai di legno o di ferro.

La figura 10 rappresenta un cassone mobile di legno. Coi cassoni in legno e in ferro, sia mobili che fissi, si fanno i cosiddetti letti caldi mettendoci intorno o dentro del letame fresco e foglie.  Si comprende bene che nell’impianto di una stufa occorre servirsi dell’opera di un vetraio, ma per la rimettitura annuale di qualche vetro che purtroppo si rompe, il giardiniere stesso farà da vetraio, scegliendo da sé le lastre e adoperando un mastice o uno stucco, di cui ecco la composizione:

Gesso da legno……..gr.  1000

Olio di lino cotto      gr. 150

Olio di lino crudo     gr. 50

Per aumentare la durata del legname delle stufe e delle vetrate dei cassoni, anche se questo fosse Pitch-pine, conviene tingerlo con una mano di carbolineum in commercio. Di questa stessa sostanza si impregnano le corde che servono a legare e a manovrare i cannicci,, le tende, ecc. Nell’usare il carbolineum si abbia prudenza di non farlo al sole e di non insudiciarsi le mani in punti ove ci siano escoriazioni o scalfitture.

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