Le origini della cultura

Le origini della cultura

Le origini della cultura

La cultura non esiste da sempre nella specie umana ma caratterizza solo l’ultimo segmento dell’evoluzione della nostra specie. Tuttavia, prima di affrontare questo aspetto occorre precisare alcuni rapporti tra natura e cultura.

Nel passato i rapporti tra natura e cultura sono stati intesti secondo una logica di contrapposizione dicotomica: da una parte, la natura e, dall’altra, la cultura. Di conseguenza, il culturale va distinto dal naturale. Tale dicotomia ha dato origine a posizioni teoriche diverse. Secondo alcuni studiosi (fra cui Rousseau in testa), la natura avrebbe il predominio sulla cultura, poiché la natura genera l’uomo buono mentre la società Io corrompe e lo rende cattivo (mito del selvaggio buono). Il primato della natura sulla cultura comporta, di norma, l’adesione all’innatismo, secondo cui la dotazione genetica attiva condotte specie-specifiche comuni a tutti gli umani ed è alla base dello sviluppo di ogni soggetto. La storia individuale sarebbe una sorta di «decorso naturale» delle informazioni genetiche del genoma.

Il correrlo genetico svolgerebbe una funzione prescrittiva e deterministica nello sviluppo del soggetto. Per contro, secondo altri studiosi (a iniziare da Kant e da Hegel) la cultura avrebbe il predominio sulla natura, poiché, per Kant, la cultura è la capacità di porsi dei traguardi arbitrari (non naturali) e costituisce una condizione necessaria per la libertà umana. Per Hegel, la cultura è un processo di liberazione dai vincoli del sé naturale (o biologico) ed è Mutazione, in quanto dà «forma» al soggetto. Questa prospettiva è stata accentuata dall’ambientalismo, secondo cui l’ambiente (e quindi la cultura) sarebbe in grado di determinare lo sviluppo dell’individuo in modo indipendente dalle sue predisposizioni e inclinazioni naturali. In particolare, il comportamentismo di Watson ha enfatizzato questa posizione.

Oggi è in atto un superamento della dicotomia «natura-cultura», poiché non può esistere una natura indipendente dalla cultura. La concezione additiva «natura + cultura» appare un artificio meccanicistico e dualistico che non ha fondamento nei processi reali dell’esistenza. Né si può pensare di superare questa difficoltà facendo riferimento a una sia pure complessa interazione «natura-cultura», lasciando isolati i due fattori. Occorre fare un ulteriore passo in avanti. Infatti, tutte le informazioni genetiche («naturali») non sono a sé stanti e isolate in un ambito separato ma sono sempre situate in un ambiente, a iniziare dall’utero materno che, pur essendo un ambiente biologico, è tuttavia fortemente soggetto alle influenze dell’ambiente culturale in cui vive la madre. Per l’embrione e il feto un conto è una madre che vive in un ambiente sereno; un conto è una madre che è tossicodipendente o che vive in un ambiente stressante.

L’accuratezza e la trasmissione delle informazioni genetiche sono necessariamente mediate da un contesto. Anche nel caso di gemelli siamesi la perfetta identità genetica non produce soggetti identici ma fra di essi compaiono differenze connesse con diverse esperienze ambientali. Reciprocamente, non esiste una cultura che non sia profondamente vincolata da fattori biologici e dalle condizioni ambientali in cui si situa. Di conseguenza, natura e cultura sono due fattori distinti che, pur avendo ciascuno a disposizione dei propri gradi di libertà, necessariamente interagiscono fra loro, in quanto sono collegati da intrinseci rapporti d’interdipendenza (teoria dell’interdipendenza intrinseca fra natura e cultura). Tale interdipendenza è stata sottolineata dalla epigenetica secondo cui l’espressione delle informazioni genetiche assume percorsi diversi di sviluppo nella produzione di cellule e di tessuti in relazione a e in dipendenza dalle condizioni ambientali.

Lo stesso corredo genetico prende una configurazione diversa e ha un esito diverso a seconda degli scenari ambientali che percorre. Questa canalizzazione dello sviluppo è il risultato dell’espressione dei vincoli e delle opportunità offerti congiuntamente dai fattori genetici e da quelli ambientali. Il genoma va considerato come la sede della potenzialità (e non della necessità) e come sorgente di flessibilità e di opportunità di apprendimento (non come trasmissione cieca d’informazioni). ll gene quindi è un marcatore di differenze in un ambiente specifico ma non è in grado di programmare una risposta appropriata per ogni situazione.

In sintesi, non esiste una natura umana astratta e indipendente dalla cultura, poiché la cultura è il luogo indispensabile per colmare il divario fra le informazioni dei geni e ciò che dobbiamo sapere e fare per vivere. Su tale piattaforma è stata proposta la teoria della doppia ereditarietà (o teoria coevoluzionista), secondo cui, grazie alla coevoluzione intrinseca fra biologia e cultura, la storia di un soggetto e di un gruppo umano è guidata congiuntamente sia dalla selezione naturale sia dalla selezione culturale. La coevoluzione fra genoma e cultura conduce alla costruzione della propria nicchia ecologica, che consente di modificare le pressioni della selezione naturale e di regolare l’interazione fra organismo e ambiente per raggiungere un buon grado di adattamento e per definire un certo percorso nel proprio habitat. Sarebbe quindi corretto, come propone Ehrlich, parlare di «nature umane» al plurale, anziché al singolare.

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