La dieta di Dio

La dieta di Dio

La dieta di DioSe il cibo fosse puro e semplice nutrimento, mangeremmo solo quanto basta, non ingurgiteremmo cioccolatini per consolarci di un amore non corrisposto, non passeremmo quattro ore a tavola con gli amici. Ma il cibo non è un puro e semplice nutrimento: è piacere sensoriale, rito sociale, forma di identità culturale e atto simbolico (“Ti mangerei di baci!”, “Non voglio inghiottire questo rospo!”). Il nostro rapporto col cibo è quindi complesso e a complicare le cose ulteriormente ci si mette la religione.

Per ogni credente, infatti, il cibo è dono divino e simbolo di Dio, fonte di sostentamento materiale e spirituale. Non a caso tutte le grandi tradizioni religiose hanno definito precise norme alimentari, separato gli alimenti leciti dai proibiti, prescritto forme di purificazione e digiuno e regolato le preghiere prima dei pasti. Regole e tabù sono diversi da una tradizione religiosa all’altra perché storicamente determinati, ma tutte le religioni condividono la medesima attitudine a considerare gli alimenti molto di più di un semplice mix di principi nutritivi. Gran parte delle religioni, inoltre, regolamenta anche il consumo della carne. II motivo è chiaro: uccidere e cibarci di altre creature di Dio non è un atto moralmente neutro.

Kasherut è il termine che gli ebrei usano per indicare le regole alimentari religiose in base alle quali si distinguono gli alimenti kasher kosher (“conformi alle norme” e quindi leciti), dai cibi [(mi (“non conformi” e quindi proibiti). La kasherui, che si Ibrida sulla Torah (la Bibbia ebraica), presta attenzione soprattutto alla carne, definendo come vadano macellali gli animali, quali carni siano concesse e come debbano essere cucinate.

Uno dei divieti più rigidi riguarda il sangue, simbolo di vita e come tale appartenente a Dio Creatore: la macellazione rituale (sherhitah) prevede l’uccisione dell’animale con un taglio alla gola che ne provochi la morte immediata e il rapido e totale dissanguamento. Un’altra regola parte da una norma biblica che vieta di cuocere il capretto nel latte di sua madre e proibisce la commistione di carne e latte o formaggi nello stesso piatto e pasto. Per questa ragione molti osservanti usano due servizi di piatti diversi, e addirittura lavelli, spugne, lavastoviglie e ripiani di frigorifero ben separati per le carni e per i latticini.

NIENTE MAIALE E NIENTE ALCOL PER I MUSULMANI

Halal è un termine arabo che significa “permesso” e si oppone a hamm, “proibito”; questa differenza si applica a vari ambiti, compreso quello alimentare: come gli ebrei, anche i musulmani separano gli alimenti conformi alle leggi religiose, e quindi leciti, da quelli vietati e osservano il divieto di consumare sangue, prescrivendo perciò una macellazione rituale mediante iugulazione (sgozzamento), effettuata con uno speciale coltello e in modo tale da determinare il completo dissanguamento dell’animale.

Le carni lecite sono solo quelle macellate secondo questa tradizione, a eccezione di maiale e cinghiale, che sono sempre proibiti, come pure asini e muli, rettili, rapaci e pesci privi di scaglie. La carne di cavallo è lecita solo per alcune persone, mentre le verdure sono consentite a eccezione di quelle conservate in aceto o alcol perché tutte le bevande alcoliche sono vietate.

MASSIMA LIBERTÀ A TAVOLA PER I CRISTIANI, TRANNE QUALCHE VOLTA

Il Cristianesimo è la tradizione religiosa più tollerante: non ha fatto proprie le regole alimentari ebraiche, non condivide i tabù dell’Islam e lascia ai fedeli ampia libertà sul consumo di carne. Prevede solo brevi periodi di “magro” di venerdì e in Quaresima.

Ha ben scritto Lucetta Scaraffia, docente di Storia contemporanea all’Università di Roma La Sapienza: «L’identità religiosa cristiana non viene costruita attraverso l’obbedienza a una legge alimentare che definisca i cibi consentiti e quelli proibiti». Non troviamo quindi nel Cristianesimo alcuna separazione tra lecito e impuro, ma ciò non significa che il cibo abbia una rilevanza marginale: al contrario alcuni alimenti assumono un valore simbolico e spirituale di alto profilo. Basti pensare a pane e vino, simboli del corpo e del sangue di Cristo e ai significati insiti nella celebrazione eucaristica.

PREGHIERA

Sulla tavola dei cristiani possono trovare tutti i tipi di cibo: questa religione è tollerante e lascia ampia libertà ai suoi fedeli anche sul consumo di carne, alimento dal quale bisognerebbe astenersi solo di venerdì e durante la Quaresima.

INDUISTI E BUDDISTI SONO VEGETARIANI

L’induismo nella stia Ibrma più ortodossa rigetta il consumo di carne in assoluto, mentre consente quello di latticini, burro e uova. Il Mahatma Gandhi (1869-1948), grande maestro spirituale indù e padre dell’indipendenza dell’India (1947), per esempio, era vegetariano, ma ciò non significa che tutti gli indù lo siano allo stesso modo: nessuno di loro, però, consuma carne bovina e suina e solo alcuni trovano accettabile il consumo di pesce; presso gli Shivaiti indù, inoltre, è ammesso il consumo di carne di pollo, montone e capra. Invece, i fedeli della tradizione religiosa jaina, molto diffusa in India, sono strenui finitoti della non-violenza, considerano sacra la vita e sono quindi vegetariani rigidissimi. Lo sono anche tutti i monaci buddisti, mentre i laici si regolano in modo più soggettivo perché l’insegnamento buddista suggerisce ma non impone; in ogni caso, nessun laico buddista caccerebbe o parteciperebbe all’uccisione di un animale. In Oriente è anche abbastanza diffusa la repulsione per alcuni vegetali: l’Induismo aborre aglio e cipolla e alcune caste indù non consumano neppure carote, rape e legumi rossi.

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