Servizi Dipendenze
L'OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) definisce la tossicodipendenza una condizione di intossicazione cronica o periodica recidivante dannosa all'individuo e alla società prodotta dall'uso ripetuto di una sostanza chimica naturale o di sintesi. Sono sue caratteristiche:
“Clinical characyeristics of addiction” – Am. J. Med., 14:558-565, 1953
- il desiderio incontrollabile ad assumere la sostanza e di procurarsela con ogni mezzo;
- la tendenza ad aumentarne la dose (tolleranza);
- la dipendenza psichica e talvolta fisica dagli effetti della sostanza.
Il bene più grande dell’uomo è la sua libertà ma ancora di più il compimento consapevole della sua autenticità.
Ci impegniamo ogni giorno a tenere insieme questi aspetti dando fiducia e credito alla libertà delle persone anche in grande difficoltà.
Cerchiamo di promuovere e favorire lo stare nella realtà, certi che è la realtà il miglior alleato per un recupero della propria libertà.
L’approccio Orientato alla Resilienza (Resilient Oriented)
La speranza è ciò che può guidare una persona a superare i propri problemi e le proprie difficoltà; la speranza per il futuro, la speranza di riuscire a cambiare in un contesto culturale, familiare e sociale che ha rappresentato o rappresenta tuttora un limite, in quanto spesso è concausa delle proprie difficoltà, che spesso possono sembrare insormontabili. In situazioni difficili, dove “non si vede l’alba ma solo il tramonto” la speranza è l’unica cosa a cui una persona riesce ad aggrapparsi. Per questo il modello che viene proposto in questo documento rappresenta prima di tutto “una speranza”, perché “non c’è notte che non veda il giorno” (Nardone, 2005), e quindi c’è sempre una soluzione … basta aver speranza.
Il modello qui presentato è un modello prima di tutto centrato sulla persona, sulle sue risorse, possibilità e capacità. È, cioè, un modello “cucito” sull’individuo che, cosa più importante, ridà in mano alla persona stessa la propria vita e il proprio destino; in questa prospettiva il soggetto è così anche responsabile dei processi di cura e cambiamento, perché non c’è nessuno meglio della persona che conosca qual è la soluzione più adatta. L’idea di ridare in qualche modo in mano alla persona la propria cura e il proprio destino, nasce innanzitutto da un approccio basato sul modello di intervento di tipo ericksoniano, avvalorato da alcuni risultati di ricerca sull’efficacia degli interventi psicologici e delle psicoterapie, che hanno dimostrato come il modello di intervento utilizzato ha una funzione importante quanto altri aspetti definiti come “extraintervento” o “extraterapeutici” che riguardano fattori legati al persona e al suo ambiente.
Quindi, progettare un intervento terapeutico significa considerare le variabili relative al persona, che influenzano per ben il 40% l’efficacia del recupero, della guarigione e del cambiamento della persona (Lambert, 1992). L’importanza di strutturare uno schema di lavoro che ha come agente principale la persona è in linea, quindi, con un modello che dà il giusto peso alle variabili legate alla persona stessa. Un approccio orientato alla persona che “cuce” l’intervento su di lui è coerente con una visione cherestituisce alla persona il proprio “destino”. Nonostante la letteratura scientifica sulla resilienza ne proponga svariate definizioni, sono due gli aspetti centrali del costrutto su cui si trovano in accordo tutti gli autori:
1 la resilienza presuppone la presenza di fattori di rischio (avversità, trauma, ferita psicologica) e di un adattamento positivo (Luthar, 1997);
2 la resilienza deve essere collocata all’interno di un processo dinamico (Luthar, 2000) in cui si evidenzia un adattamento positivo nonostante la presenza di avversità (presenti o passate) nella vita del soggetto.
La resilienza si configura perciò come un processo e non come un tratto di personalità, e varia in funzione delle avversità, della fase di sviluppo dell’individuo e dell’ambiente e/o contesto (culturale, sociale, ecc.) in cui esso vive.
La speranza è ciò che può guidare una persona a superare i propri problemi e le proprie difficoltà; la speranza per il futuro, la speranza di riuscire a cambiare in un contesto culturale, familiare e sociale che ha rappresentato o rappresenta tuttora un limite, in quanto spesso è concausa delle proprie difficoltà, che spesso possono sembrare insormontabili. In situazioni difficili, dove “non si vede l’alba ma solo il tramonto” la speranza è l’unica cosa a cui una persona riesce ad aggrapparsi. Per questo il modello che viene proposto in questo documento rappresenta prima di tutto “una speranza”, perché “non c’è notte che non veda il giorno” (Nardone, 2005), e quindi c’è sempre una soluzione … basta aver speranza.
Il modello qui presentato è un modello prima di tutto centrato sulla persona, sulle sue risorse, possibilità e capacità. È, cioè, un modello “cucito” sull’individuo che, cosa più importante, ridà in mano alla persona stessa la propria vita e il proprio destino; in questa prospettiva il soggetto è così anche responsabile dei processi di cura e cambiamento, perché non c’è nessuno meglio della persona che conosca qual è la soluzione più adatta. L’idea di ridare in qualche modo in mano alla persona la propria cura e il proprio destino, nasce innanzitutto da un approccio basato sul modello di intervento di tipo ericksoniano, avvalorato da alcuni risultati di ricerca sull’efficacia degli interventi psicologici e delle psicoterapie, che hanno dimostrato come il modello di intervento utilizzato ha una funzione importante quanto altri aspetti definiti come “extraintervento” o “extraterapeutici” che riguardano fattori legati al persona e al suo ambiente.
Quindi, progettare un intervento terapeutico significa considerare le variabili relative al persona, che influenzano per ben il 40% l’efficacia del recupero, della guarigione e del cambiamento della persona (Lambert, 1992). L’importanza di strutturare uno schema di lavoro che ha come agente principale la persona è in linea, quindi, con un modello che dà il giusto peso alle variabili legate alla persona stessa. Un approccio orientato alla persona che “cuce” l’intervento su di lui è coerente con una visione cherestituisce alla persona il proprio “destino”. Nonostante la letteratura scientifica sulla resilienza ne proponga svariate definizioni, sono due gli aspetti centrali del costrutto su cui si trovano in accordo tutti gli autori:
1 la resilienza presuppone la presenza di fattori di rischio (avversità, trauma, ferita psicologica) e di un adattamento positivo (Luthar, 1997);
2 la resilienza deve essere collocata all’interno di un processo dinamico (Luthar, 2000) in cui si evidenzia un adattamento positivo nonostante la presenza di avversità (presenti o passate) nella vita del soggetto.
La resilienza si configura perciò come un processo e non come un tratto di personalità, e varia in funzione delle avversità, della fase di sviluppo dell’individuo e dell’ambiente e/o contesto (culturale, sociale, ecc.) in cui esso vive.
