Il restauro del Cenacolo di Leonardo

Leonardo ha amato la scienza e oggi la scienza lo ricambia con un amore altrettanto profondo. È infatti grazie a studi, ricerche e monitor aggi condotti con metodi scientifici e raffinati strumenti tecnologici che oggi uno dei massimi capolavori della storia dell’arte mondiale, il suo Cenacolo, rivela quello che l’occhio umano non sa né può vedere.

Gli studi eseguiti durante l’ultimo restauro, conclusosi nel 1999, l’analisi dei disegni preparatori effettuata con tecniche innovative e soprattutto la ricostruzione e il restauro digitale del dipinto ci svelano a uno a uno tutti i segreti del genio leonardesco.

Lo volle Ludovico il Moro

Fu il signore di Milano, Ludovico il Moro, a commissionare a Leonardo da Vinci, che all’epoca aveva 42 anni, la decorazione di un lato del refettorio del convento della chiesa domenicana di Santa Maria delle Grazie (oggi affacciata sulla piazza omonima, nel centro di Milano). Leonardo iniziò i lavori nel 1494 e li concluse entro il 1497.

Gli ci vollero meno di tre anni per realizzare un’opera colossale, la più grande di tutte le sue pitture: il Cenacolo è litigo 8,80 metri, alto 4,60 e con una superficie di 40 metri quadrati circa.

Non un momento qualsiasi

Nel Cenacolo, Leonardo ha ritratto l’ Ultima Cena non in un momento qualsiasi, ma nell’istante in cui Gesù finisce di pronunciare la frase “In verità, in verità vi dico: uno di voi mi tradirà” (dal Vangelo di Giovanni), provocando così una serie di reazioni diverse nei discepoli. Si tratta dunque di un momento drammatico e carico di emotività che l’artista rende attraverso i gesti e il movimento nervoso dei vari personaggi.

Se si confronta quest’opera con gli affreschi di pittori precedenti, saltano subito agli occhi alcune innovazioni radicali adottate da Leonardo: l’estrema dinamicità dei movimenti, l’assenza di figure viste di spalle e la mancanza delle aureole. I personaggi del dipinto non hanno la ieratica rigidità delle figure sacre, ma la fisicità, i gesti e le emozioni di persone reali, un effetto ricercato consapevolmente da Leonardo, il quale nel suo Trattato della Pittura scrive che il bravo pittore deve saper rappresentare non solo l’aspetto esteriore dell’uomo ma anche i suoi pensieri e le sue emozioni: «Lo bono pittore ha da dipingere due cose principali, cioè l’homo e il concetto della mente sua».
Ad accentuare la sensazione di realismo, s’aggiunge un “trucco” dell’artista che dipinse la sala dell’Ultima Cena come un’estensione fisica del refettorio: i muri, le finestre e la direzione della luce riproducono quelli dello spazio fisico reale. Chi guardava il dipinto all’epoca in cui fu realizzato, ovvero i frati riuniti a mangiare, aveva davvero la sensazione di partecipare alla cena con Cristo.

Dipinto a tempera e olio

Il Cenacolo è un dipinto a tempera e olio su due strati di preparazione gessosa, stesi sull’intonaco della parete. Leonardo non volle utilizzare la tradizionale tecnica dell’affresco perché gli imponeva di dipingere velocemente e di rinunciare a ritocchi e correzioni; cercò quindi di eseguire il dipinto murale “a secco”, avvicinandosi alla tecnica della pittura a olio su tavola. Questa tecnica innovativa, ammirata dai contemporanei, non si accordava però all’umidità dell’ambiente: la parete del Cenacolo è esposta a nord e quindi facilmente attaccabile dalla condensa, è situata in un refettorio caldo e umido e confina con le cucine del convento, ancora più calde e umide. Il deterioramento del dipinto iniziò già nel Cinquecento e nonostante l’ultimo attento restauro, oggi quel che resta è solo una pallida ombra del Cenacolo originale. È soprattutto nelle vesti dei personaggi che si possono notare i danni: oggi i colori sono quasi scomparsi, mentre in origine erano assai vivi.

Interventi maldestri

Nel 1726 Michelangelo Bellotti pulì il dipinto con la soda caustica e poi cercò di ravvivare i colori svaniti coprendo la superficie con olio di lino e ridipingendola, basandosi su una copia a disposizione. Molti altri restauri si susseguirono dal 1770 al 1954, quando Mauro Pelliccioli fissò tutta la superficie con una gommalacca. A peggiorare le cose si aggiunsero anche le ingiurie della storia. Nel periodo dell’occupazione napoleonica, dal 1796 in avanti, il refettorio fu utilizzato come stalla e magazzino. Nel 1943, nel corso della II guerra mondiale, una bomba colpì il convento: la parete con il Cenacolo si salvò, ma le vibrazioni e le polveri rilasciate dalle esplosioni provocarono notevoli danni.

Cinquantamila ore di lavoro

Nel 1977 prese il via l’ultimo restauro, chiuso nel 1999: occorsero 21 anni alla restauratrice Pinin Brambilla Barcilon e al suo staff per recuperare la pittura originale, soffocata da strati di pitture, colle, stuccature, vernici, oli, cere, gomme applicate nei secoli. 50mila ore di lavoro e 60 indagini scientifiche con vari monitoraggi ci hanno restituito circa il 50 per cento del capolavoro. Il resto, purtroppo, è andato perduto.

 

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