Anche gli sceicchi piangono

Con il prezzo del petrolio basso, i Paesi del Golfo faticano a far quadrare i conti. Così dovranno tagliare le spese e introdurre l’Iva. Austerity è una parola sconosciuta in Arabia Saudita. Nel regno del petrolio l’importante è esagerare. Il re Salman, salito al trono dopo la morte dì Abdullah, ha festeggiato l’investitura distribuendo alla popolazione assegni e benefit per 32 miliardi di dollari. I dipendenti pubblici, che costituiscono oltre la metà degli oltre 5,5 milioni di lavoratori, si sono visti raddoppiare lo stipendio. E lo scorso aprile ciascuno dei 100 piloti schierati nel bombardamento dello Yemen ha ricevuto in dono una Bentley. Tutto ciò normalmente è reso possibile dal prezzo del petrolio. Ma da un anno a questa parte le quotazioni del greggio sono colate a picco, passando dagli oltre 100 dollari al barile agli attuali 50 dollari. Colpa dell’eccesso di offerta, voluto proprio da Riad e dai suoi stretti alleati nell’Opec per colpire quei Paesi dove la produzione ha costi più elevati (gli Stati Uniti, ma anche la Russia).

Un boomerang per i Paesi del Golfo, che generano il 90 per cento delle entrate dai proventi del greggio e necessitano a loro volta di prezzi più alti, in questo caso per raggiungere il pareggio di bilancio. Ossia per far quadrare i conti. Come se non bastasse la scoperta del maxi giacimento di gas effettuata dall’Eni in Egitto rischia di erodere in futuro le quote di mercato degli sceicchi. Secondo il Fondo monetario internazionale, nel solo 2015 i Paesi della regione subiranno perdite sulle esportazioni per complessivi 377 miliardi. L’Arabia Saudita sta dilapidando le sue enormi riserve valutarie (oltre 700 miliardi) al ritmo vertiginoso di 10 miliardi al mese. Il maggiore produttore Opec registrerà quest’anno un deficit che sfiora il 20 per cento, il primo dal 2009. Ed emetterà titoli di Stato, cioè si indebiterà, per almeno 27 miliardi. «Anche a questi prezzi i Paesi del Golfo guadagnano, ma non possono sostenere i loro programmi di spesa» spiega Leonardo Maugeri, economista ad Harvard e consulente di alcuni Paesi dell’area. «In Arabia Saudita» aggiunge l’esperto «il dibattito segreto all’interno dell’establishment è su quanto a lungo possa essere sostenuto questo sforzo senza tagliare drasticamente le spese. Probabilmente per un anno ancora». Secondo Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, «la politica di elargizioni continuerà: gli sceicchi spendono per cementare il consenso in Paesi dove i diritti sono estremamente limitati».

Qualcuno però ha iniziato a tirare la cinghia. Lo scorso 31 luglio gli Emirati Arabi sono stati il primo Paese del Golfo a liberalizzare il prezzo dei carburanti. Il giorno seguente, senza lo sconto del governo, il prezzo della benzina è schizzato del 24 per cento a circa 50 centesimi al litro. Ogni giorno il governo di Abu Dhabi deve oliare un apparato statale che rap-presenta l’88 pet cento della forza lavoro. Il welfare è totale: lo Stato copre anche le spese per il matrimonio. Ora per bilanciare le spese potrebbe essere introdotta l’Iva, fino a oggi inesistente. A scopo di diversificazione sono stati annunciati investimenti su fonti di energia rinnovabile. «Il loro contributo però sarà irrilevante, gli Emirati consumano il triplo di noi» avverte Tabarelli. I sussidi sui carburanti erano stati tagliati anche in Kuwait, salvo poi essere reintrodotti dopo poche settimane. Il governo ha presentato una legge di bilancio che poggia su un prezzo del barile a 45 dollari, rivelando così i timori per una debolezza prolungata delle quotazioni. I conti del Kuwait saranno quest’anno in deficit per la prima volta dal 2000. «I produttori tradizionali si trovano di fronte al classico “male olandese”, avendo fatto troppo affidamento sugli introiti provenienti da un solo settore» riassume l’analista Maurizio Mazziero, fondatore di Mazziero Research. E poi c’è l’Iran, l’eterno rivale dell’Arabia Saudita. I soldi sono finiti e Teheran non ne ha messi da parte per investire nei giacimenti. L’imminente fine delle sanzioni però spalanca le porte delle esportazioni. Gli attuali prezzi bassi incorporano già questo scenario. Ma ce n’è un altro. «Difficilmente l’Iran vorrà ridurre la propria quota di produzione Opec» afferma Maz-ziero «e prima o poi verrà ai ferri corti con l’Arabia Saudita. È una discussione in sede Opec tutt’altro che scontata e non è escluso che possano sorgere gravi tensioni diplomatiche fra i due Paesi». E allora sì che le quotazioni tornerebbero a correre. Mai dire mai, quando c’è di mezzo il prezzo del petrolio.

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